Se ne sente parlare spesso negli ultimi tempi. Politici e opinionisti auspicano il ritorno ad una più accurata scelta dei termini, perché è attraverso essi che descriviamo e "creiamo la nostra realtà” a noi stessi ed agli altri. Riacquistare il peso delle parole è sicuramente importante per decidere una volta per tutte se siamo in un regime, se siamo fascisti o coglioni o qualcosa di ancora diverso e se davvero c’è qualcuno che mangia i bambini (oltre tutto il resto che gli vien fatto!).
Effettivamente ci siamo abituati a sentirci raccontare di tutto, a tutti gli orari, in tutte le situazioni. Palesando il bianco e il nero, richiamando lo stesso medesimo dato statistico a favore di una tesi e del suo contrario, al punto che le parole hanno perso la loro validità, non sono più uno strumento adatto a misurare il nostro mondo.
Ma le parole sanno pesare anche in tanti altri modi come pesano i rimorsi di una cosa non detta o detta male.
E gravano sulla bocca, in testa e sul cuore. Forse è questa la cosa più importante. Non si parla più. Molti pensano di non aver niente da dire, molti si intimidiscono quando devono esprimersi o buttar fuori qualcosa.
Che siano diventate pesanti queste parole, lo dimostra la fatica per tirarle fuori, nessuno ha più il coraggio di parlare, di comunicare un pensiero, uno qualsiasi. Al punto che viene il dubbio se questi pensieri ci siano davvero.
C'è chi nasconde dietro l'educazione la propria indecisione, chi cede il passo per insicurezza solo a chi tentenna, disdegnando chi invece decide di approfittare di un proprio attimo di orgoglio.
Nessuno vuole più affermarsi, sia con forza sia timidamente. E ti trovi a confrontarti con frasi a metà, dette sempre più sottovoce, che si spezzano o si smarriscono per poi prendere una strada completamente diversa. Segui gli sguardi terrorizzati nella paura di non venir compresi e ti meravigli che le persone non siano sottotitolate a pag. 777 del Televideo.
E' nel quotidiano, nel banale che ci stiamo perdendo. Nessuno ti chiede più "permesso", nessuno ti saluta finché non viene confortato dalla tua attenzione. Tutti pretendono, o forse solo sperano di venire compresi.
E allora si resta in piedi perché troppo timorosi per chiedere se quel posto è libero, ci si fa pestare o ignorare, passare avanti per evitare di protestare. Si osservano sconosciuti perdere le coincidenze e rimanere a piedi, altre volte soffrire in equilibrio sui calli o ancora essere defraudati della loro priorità, pur di non intingere il proprio verbo in un recipiente comunicativo senza prima sapere che temperatura ha.
Ci si ingrigisce nel dimenticatoio del mondo per non voler articolare un periodo troppo complesso.
Eppure la voglia di raccontarsi è tanta: ci sono fiumi di scritto nei blog, parole come sassi colorati ma inanimati, sedimento a futura memoria. E questo accande anche a voce: discorsi che lasciano il tempo che trovano, si parla e si risponde senza dire poi niente. Senza coinvolgersi ma giusto per raccontarsi come si racconta qualcosa di visto in tv. E sono parole vuote, alleggerite forse per evitare appena il peso del silenzio: male del passato che ha trovato una soluzione ancora peggiore. Si appoggia un concetto sul comodino, come fosse la dentiera alla sera, come se fosse capace di parlare da solo e farsi comprendere meglio di quello che sappiamo fare noi.
Così il cerchio si chiude: si torna al bisogno condividere qualcosa, di essere parte per non sentirsi soli, si parla di quello di cui parlan tutti e la pensiamo un pò tutti allo stesso modo (abbiamo opinioni sulle stesse cose), chi più di qua chi più di là.
E adesso cominciano a pesare anche i gesti, di questo passo diventeremo, sospinti dall'evoluzione, telepatici. Gli autisti capiranno che vuoi salire sul loro autobus dal movimento delle tue sopracciglia, e gli altri viaggiatori ti faranno passare perché sentiranno l'acidità del tuo sudore alle loro spalle e magari qualcuno ti dirà l'ora perché ti vede agitato. Agli sportelli tutti sapranno cosa chiedere ma non ne avranno più bisogno intuendo già la risposta. Le ordinazioni al ristorante non andranno più inutilmente urlate tanto ti portano quello che gli pare. Non dovrai più chiedere di ripetere sessanta volte una cosa perché qualcuno è terrorizzato all'idea di parlare con voce stentorea e sentire il concetto che sta elaborando. Saranno comprensibili i bambini già dai pianti ed alla fine, sempre per un percorso darwiniano, ci sparirà la bocca e mangeremo dal culo: a che serve avere due buchi se ne usiamo uno solo?
Ci si può perdere nelle parole? Non credo e anche se succedesse sarebbe poi così un male? Fare un giro lontano dai punti di riferimento per poi trovarne di nuovi o finire sulla strada del ritorno.
PS
Mani e braccia rimarranno, sennò con cosa ci si gratta??