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Guido

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Spazio personale di guido

January 29

Pagliacci

PAGLIACCI

 

 

CANIO
Vo' il nome de l'amante tuo,
del drudo infame a cui ti desti in braccio,
o turpe donna!
 
NEDDA
(sempre recitando la commedia)
Pagliaccio! Pagliaccio!
 

CANIO
No! Pagliaccio non son;
se il viso è pallido,
è di vergogna, e smania di vendetta!
L'uom riprende i suoi dritti,
e'l cor che sanguina vuol sangue
a lavar l'onta, o maledetta!
No, Pagliaccio non son!
Son quei che stolido
ti raccolse orfanella in su la via
quasi morta di fame,
e un nome offriati,
ed un amor ch'era febbre e follia!

 

 


(Cade come affranto sulla seggiola.)
 
CONTADINE
Comare, mi fa piangere!
Par vera questa scena!
 
CONTADINI
Zitte laggiù! Che diamine!
 
SILVIO
(a parte)
Io mi ritengo appena!

CANIO
(riprendendosi ed animandosi a poco a poco) 

Sperai, tanto il delirio accecato m'aveva,
se non amor, pietà... mercè!
Ed ogni sacrifizio al cor lieto, imponeva,
e fidente credeva
più che in Dio stesso, in te!
Ma il vizio alberga sol ne l'alma tua negletta;
tu viscere non hai... sol legge e'l senso a te!
Va, non merti il mio duol,
o meretrice abbietta,
vo' ne lo sprezzo mio
schiacciarti sotto i piè!!

 

 

 

 

LA FOLLA
(entusiasta)
Bravo!
 
NEDDA
(fredda, ma seria)
Ebben! Se mi giudichi di te indegna,
mi scaccia in questo istante.
 
CANIO
(sogghignando)
Ah! ah!
Di meglio chiedere non di
che correr tosto al caro amante.
Se' furba! No! per Dio!
Tu resterai...
e il nome del tuo ganzo mi dirai!!
 
NEDDA
(cercando riprendere la commedia
sorridendo forzatamente)

Suvvia, cos terribile
davver non ti credeo!
Qui nulla v'ha di tragico.
(verso la porta a sinistra)
Vieni a dirgli o Taddeo,
che l'uom seduto or dianzi,
or dianzi a me vicino
era... il pauroso ed innocuo Arlecchino!
 

(Risa tosta represse dall'attitudine di Canio.)
 
CANIO
(terribile)
Ah! tu mi sfidi!
E ancor non l'hai capita
ch'io non ti cedo?...
Il nome, o la tua vita! Il nome!

(Assieme.)
 
NEDDA
(prorompendo)
Ah! No, per mia madre!
Indegna esser poss'io...
quello che vuoi, ma vil non son, per Dio!
 
CONTADINI E CONTADINE
Fanno davvero?
Seria  la cosa?
Zitti laggi!
Seria  la cosa e scura!
 
SILVIO
(a parte)
Io non resisto più!
Oh la strana commedia!
 

(Peppe vuoi uscire dalla porta a sinistra, ma Tonio lo ritiene.)
 
PEPPE
Bisogna uscire, Tonio. Ho paura!...
 
TONIO
Taci sciocco!
 
NEDDA
Di quel tuo sdegno  l'amor mio più forte!
Non parlerà! No! A costo de la morte!
 
CANIO
(urlando d di piglio a un coltello sul tavolo)
Il nome! il nome!
 
NEDDA
(sfidandolo)
No!
 
SILVIO
(snudando il pugnale)
Santo diavolo! Fa davvero...
 
LA FOLLA e PEPPE
(che cerca svincolarsi da Tonio)
Che fai! Ferma! Aita!
 

(Le donne che indietreggiano spaventate, rovesciano i banchi
ed impediscono agli uomini di avanzare,
ci che obbliga Silvio a lottare per arrivare alla scena.
Intanto Canio al parossismo della collera,
ha afferrata Nedda in un attimo e la colpisce per di dietro
mentre essa cerca di correre verso il pubblico.)

 
CANIO
A te! A te!
(a Nedda)
Di morte negli spasimi lo dirai!
 
NEDDA
(cadendo agonizzando)
Soccorso! Silvio!
 
SILVIO
(che e quasi arrivato alla scena)
Nedda!
 

(Alla voce di Silvio, Canio si volge come una belva,
balza presso di lui  in un attimo lo ferisce, dicendo.)

 
CANIO
Ah!... sei tu?
Ben venga!
 
(Silvio cade come fulminato.)
 
LA FOLLA
(urlando)
Arresta! Gesummaria!

(Mentre parecchi si precipitano verso Canio per disarmarlo ed arrestarlo,
egli, immobile, istupidito lascia cadere il coltello dicendo)

 
CANIO
La commedia  finita!
 
 

(La tela cade.)
F I N E

June 21

Discussione su: "Il peso delle parole"

 

Citazione

Il peso delle parole
Se ne sente parlare spesso negli ultimi tempi. Politici e opinionisti auspicano il ritorno ad una più accurata scelta dei termini, perché è attraverso essi che descriviamo e "creiamo la nostra realtà” a noi stessi ed agli altri. Riacquistare il peso delle parole è sicuramente importante per decidere una volta per tutte se siamo in un regime, se siamo fascisti o coglioni o qualcosa di ancora diverso e se davvero c’è qualcuno che mangia i bambini (oltre tutto il resto che gli vien fatto!).
Effettivamente ci siamo abituati a sentirci raccontare di tutto, a tutti gli orari, in tutte le situazioni. Palesando il bianco e il nero, richiamando lo stesso medesimo dato statistico a favore di una tesi e del suo contrario, al punto che le parole hanno perso la loro validità, non sono più uno strumento adatto a misurare il nostro mondo.
 
Ma le parole sanno pesare anche in tanti altri modi come pesano i rimorsi di una cosa non detta o detta male.
E gravano sulla bocca, in testa e sul cuore. Forse è questa la cosa più importante. Non si parla più. Molti pensano di non aver niente da dire, molti si intimidiscono quando devono esprimersi o buttar fuori qualcosa.
 
Che siano diventate pesanti queste parole, lo dimostra la fatica per tirarle fuori, nessuno ha più il coraggio di parlare, di comunicare un pensiero, uno qualsiasi. Al punto che viene il dubbio se questi pensieri ci siano davvero.
C'è chi nasconde dietro l'educazione la propria indecisione, chi cede il passo per insicurezza solo a chi tentenna, disdegnando chi invece decide di approfittare di un proprio attimo di orgoglio.
Nessuno vuole più affermarsi, sia con forza sia timidamente. E ti trovi a confrontarti con frasi a metà, dette sempre più sottovoce, che si spezzano o si smarriscono per poi prendere una strada completamente diversa. Segui gli sguardi terrorizzati nella paura di non venir compresi e ti meravigli che le persone non siano sottotitolate a pag. 777 del Televideo.
 
E' nel quotidiano, nel banale che ci stiamo perdendo. Nessuno ti chiede più "permesso", nessuno ti saluta finché non viene confortato dalla tua attenzione. Tutti pretendono, o forse solo sperano di venire compresi. 
E allora si resta in piedi perché troppo timorosi per chiedere se quel posto è libero, ci si fa pestare o ignorare, passare avanti per evitare di protestare. Si osservano sconosciuti perdere le coincidenze e rimanere a piedi, altre volte soffrire in equilibrio sui calli o ancora essere defraudati della loro priorità, pur di non intingere il proprio verbo in un recipiente comunicativo senza prima sapere che temperatura ha.
Ci si ingrigisce nel dimenticatoio del mondo per non voler articolare un periodo troppo complesso.
 
Eppure la voglia di raccontarsi è tanta: ci sono fiumi di scritto nei blog, parole come sassi colorati ma inanimati, sedimento a futura memoria. E questo accande anche a voce: discorsi che lasciano il tempo che trovano, si parla e si risponde senza dire poi niente. Senza coinvolgersi ma giusto per raccontarsi come si racconta qualcosa di visto in tv. E sono parole vuote, alleggerite forse per evitare appena il peso del silenzio: male del passato che ha trovato una soluzione ancora peggiore. Si appoggia un concetto sul comodino, come fosse la dentiera alla sera, come se fosse capace di parlare da solo e farsi comprendere meglio di quello che sappiamo fare noi.
 
Così il cerchio si chiude: si torna al bisogno condividere qualcosa, di essere parte per non sentirsi soli, si parla di quello di cui parlan tutti e la pensiamo un pò tutti allo stesso modo (abbiamo opinioni sulle stesse cose), chi più di qua chi più di là.
 
E adesso cominciano a pesare anche i gesti, di questo passo diventeremo, sospinti dall'evoluzione, telepatici. Gli autisti capiranno che vuoi salire sul loro autobus dal movimento delle tue sopracciglia, e gli altri viaggiatori ti faranno passare perché sentiranno l'acidità del tuo sudore alle loro spalle e magari qualcuno ti dirà l'ora perché ti vede agitato. Agli sportelli tutti sapranno cosa chiedere ma non ne avranno più bisogno intuendo già la risposta. Le ordinazioni al ristorante non andranno più inutilmente urlate tanto ti portano quello che gli pare. Non dovrai più chiedere di ripetere sessanta volte una cosa perché qualcuno è terrorizzato all'idea di parlare con voce stentorea e sentire il concetto che sta elaborando. Saranno comprensibili i bambini già dai pianti ed alla fine, sempre per un percorso darwiniano, ci sparirà la bocca e mangeremo dal culo: a che serve avere due buchi se ne usiamo uno solo?
 
Ci si può perdere nelle parole? Non credo e anche se succedesse sarebbe poi così un male? Fare un giro lontano dai punti di riferimento per poi trovarne di nuovi o finire sulla strada del ritorno.
 
PS
Mani e braccia rimarranno, sennò con cosa ci si gratta??
June 18

Discussione su: "Una figura di M..."

 

Citazione

Una figura di M...
Non avrebbe voluto immaginarsi in una tale bega, nemmeno avrebbe mai accettato di scommettere un singolo nichelino sull'eventualità.
Eppure mentre gli spasimi cominciavano ad assottigliarsi e l'impellenza andava sfumando, i contorni della situazione avviavano a farsi più delineati.
E' incredibile come nel bisogno i parametri si confondano e quello che di solito si disdegna appaia come l'unica ineluttabile soluzione.
Era arrivato il momento di porre un termine allo stato della cose, le lancette avevano presto ripreso a muoversi e di certo l'orchestra, la platea, il teatro intero non avrebbero potuto concedergli ulteriore tempo.
E infatti, una volta ricomposto, riaffioravano come istantanee opache tutte le opzioni appena consumate. Appena! in fondo non era trascorso molto tempo ma sembrava passato sulle spalle il fardello di un'intera vita di decisioni e la parola "appena" non sapeva rendere giustizia ne alle sensazioni ne all'impegno messi in atto.
Appena somiglia più ad un pasto giusto cominciato e poi abbandonato, ad un impegno sottoscritto e disatteso ancora prima di essere iniziato. Ricorda un vento lieve che sfiora il viso e lascia indeciso fra continuare a fantasticare o rimettere i piedi a terra e non certo la burrasca "appena" passata che lascia solo un mare di cose da risistemare!
 
Ecco il momento di risistemarsi e di corsa! 
Ah! Se non avesse perso tempo a provare entrambe le chiavi del bagno delle donne per vedere se funzionavano anche in quello degli uomini, se avesse subito deciso di usurpare il primo come diritto acquisito per la stoica sopportazione del dolore, se almeno il maledetto sciacquone funzionasse.
Oramai l'orecchio teso non rimandava altro che tranquillità, il foyer semideserto non preludeva a niente di buono. L'incontro col fonico di fronte alle tende dell'entrata ancora meno: "L'unico modo per arrivare al palco è attraversare la platea?"
E lui: "Ho proprio paura di sì"
Bisognava farsi coraggio, scostando le tende come quando si "succhiella" le carte per riconoscere ad uno ad uno i semi era facile capire che oramai era tardi. Era stato fatto già il buio in sala, anche i soliti (adesso preziosi) ritardatari avevano ormai preso posto. Come tutta l'orchestra d'altronde: composta sotto i riflettori, in attesa di riprendere il concerto.
Un sospiro ed il primo passo. In fondo lui non era più colpevole del destino che gli aveva imposto questa condizione. Il ristorante, il menù non li aveva scelti lui. L'esigenza dell'esecuzione non era la sua, ed era anche già stato pagato!
Ma tutto questo la gente seduta che scorreva di fianco non lo poteva sapere. Eppure questa volta non importava, anzi, cominciava a nascere quasi un senso d'orgoglio in quel cuore (e non solo) ferito. E da lì cominciava a salire (stavolta) al suo cervello iper-riflessivo e organizzato. Erano tutti lì ad aspettarlo, quasi fosse una star, alcuni addirittura commossi per la sua condizione, come accade per empatia con le eroine dei film. Qualche sorriso, qualche battutina, il direttore, ancora dietro le quinte a cercarlo, richiamato di corsa ... i colpetti con gli archetti sul leggio quasi a congratularsi con lui. Ed infine il concerto che riprende ma rimaneva così difficile concentrarsi sullo spartito. Tutto quello che era succeso, tutta la sala che sapeva che si era atteso proprio lui, tutti i colleghi che intuivano perché aveva ritardato. Mai gli era successo prima e mai le sue premure gli avrebbero consentito di arrivare a quel punto. Ma in fondo quando sfatiamo uno dei nostri tabù non riusciamo ad ignorare la soddisfazione che la cosa ci procura e questa era la prima volta che aveva fatto tardi, che aveva fatto aspettare un'intera orchestra!
 
Era questo il destino a cui era stato chiamato in quella giornata? A partire dalla sera prima, dal polpo gigante che poteva essere scambiato per un "ruotino di scorta" , fino alle cozze riordinate per paura che non fossero sufficienti, i due primi e la notte passata quasi insonne a seguire il ritmo dei barriti del russatore compagno di stanza.
Al mattino quel "sentire interiore" veniva facilmente ascritto all'abbuffata di cozze che sapeva provocargli reazioni scomposte ma a quei mitili difficilmente resisteva. Poi le prime notizie di colleghi non al meglio della condizione, una addirrittura febbricitante avrebbe saltato il concerto.
Verso l'ora di pranzo, un pò per il poco appetito un pò per le tre visite al bagno, l'andazzo della giornata cominciava a delinearsi. Sì che era stato difficile per un timidone di tal guisa riuscire ad espletare il proprio "dovere" nei locali adibiti del ristorante. Ci era riuscito comunque, nonostante le mamme petulanti che cambiavano i loro bebè nel bagno vicino, accompagnandosi con stentorei commenti insulsi, e sorprendendosi del via vai per quei luoghi che mai avrebbe potuto sospettare.
Poi, assorbito l'imbarazzo, la condizione sembrava recuperata e non volendo credere alle gufate dei colleghi aveva deciso di aggiungere una fritturina ai pochi antipasti che aveva assaggiato incurante di non avere più la stanza d'albergo a disposizione nel pomeriggio.
Dopo esser stato convinto ad assumere un "Imodium" precauzionale, la fiducia aveva rifatto capolino e la tranquillità sembrava perdurare.
 
Ora, mi sono sempre chiesto perché quando vengono fissate le prove in teatro per le 16.30, il responsabile di turno non si presenta fino alle 16.28, come se non ci fossero da sistemare sedie e quant'altro, come se non fosse concepibile che qualcuno volesse ripassare la parte o scaldarsi, come se non accadesse mai che "qualcuno" soffrisse un ritorno di intossicazione alimentare! Questo ulteriore rinforzo, questa ennesima fuga plateale verso il "disimpegno" sanciva la definitiva dichiarazione di resa al malessere.
Adesso era più che palese, più che condiviso: violinisti, fiati, direttore: bellissimo vederlo inerpicarsi per l'aspra salita di Campiglia Marittima alla ricerca di un bagno, non ce l'avrebbe mai potuta fare. Il primo bar era a 200 metri di ascesa verticale! Si preannunciava più che un concerto un'epopea.
Era obbligatorio a questo punto constatare che la maggior parte dei cessi del mondo non sono forniti di chiave o di lucchetto. Lo erano quelli del ristorante, anche ben tenuti ma mal frequentati (cosa spinge un tizio a sostare nell'anticamera del bagno per commentarne la realizzazione architettonica e strutturale mentre qualcuno si intimidisce e ripiega su se stesso?). Non lo erano TUTTI gli altri! E' dura (magari) "concentrarsi" mentre si deve stare sul chi va là, sbirciando la porta dell'anticamera dal buco della serratura (troppo lontano per essere a portata di mano), per non essere sorpresi in un momento di debolezza. Come pure bisognava prendere atto che qualcuno riusciva a ristabilirsi e ancora finire tonnellate di pizza prima del concerto più lungo ma vissuto a Campiglia! E così la prova acustica e il primo tempo del concerto si erano sgonfiati via quasi in leggerezza, anzi, ci fosse stata una chiamata durante l'esecuzione sarebbe stato pure meglio: lui in ultima fila e tutti gli altri impegnati sul palco, nessuno avrebbe potuto violare la sacralità di una eventuale, dignitosa, ritirata dietro le quinte, in uno dei camerini, tutti forniti di servizi, obbligatoriamente senza chiave! Invece quel concerto per violino di Viotti si era fatto sì sempre più lungo e insidioso ma mai così veemente da decidere di abbandonare la lotta. Cosa che non si era potuta procrastinare invece all'arrivo dell'intervallo, come detto sopra.
Beh come è andata oramai lo si è capito, inutile soffermarsi sulle battutine di commiato, sulla carta igienica rubata al teatro in previsione di un rientro di 2 ore di guida solitaria. Ma ricevere pure, il giorno dopo, messaggini irrisori da parte di chi al concerto nemmeno c'era mi pare troppo! Avranno fatto un servizio anche al tiggì? Qualcuno dice che lo racconteranno in diretta stasera prima della partita della Nazionale!
Vi prego, se avete avuto la pazienza di arrivare a questo punto, di non ridere o ghignare ma di essere comprensivi e pensare che, prima o poi, può capitare anche a voi!
June 09

Controllare i sogni

Sto leggendo un libro sull'arte del sognare, ma non era di questo che volevo parlare, cioé non mi interessava discutere di sciamani e scrittori come Coelho e Castaneda che mi ritrovo ad affrontare a 30 anni sognando che qualcosa di vero ci sia.
In realtà per tantissimo tempo mi sono chiesto come mai non ricordassi quasi mai i viaggi onirici appena fatti, so che raccontandoli o scrivendoli subito si acquista una maggiore facoltà di memorizzarli ma non era nemmeno di questo che volevo scrivere.
Ci sono anche i sogni ad occhi aperti, quelli che fai subito prima di addormentarti ed ho fatto caso che da quando gli allenamenti sono terminati e non fantastico più sulle mie qualità di giocatore di basket, proprio non succede più! Magari però questa cosa non interessa.
Io non sogno quasi mai (lo so che non è possibile)! Forse perché non ci credo o forse perché non trovo nella vita da sveglio niente da cui fuggire realmente. Ma non è nemmeno questo il punto. E allora? Non so era così per dire qualcosa.
 
May 12

Ci sono!

Ho trovato!
Ho deciso come utilizzare questo spazio, ogni tanto ci scrivo sopra qualcosa che resterà il tempo che ci vuole e poi verrà cancellato per sempre!
Come un esercizio mentale, molto duro per me che non butto via mai niente!
 
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